Lo PseudoSauro

"Col negare il mondo economico come quello che determina la vita, cioè come un destino, se ne vuol contestare il rango, non l’esistenza" J. Evola

Lo strillo del sauro

Se ti interessano le ultime notizie sul NWO (che non esiste) fai click sul countdown appena sopra.

I commenti saranno disattivati a causa dell'impossibilita' di curarne la gestione.
Il sauro apologizza (ormai si dice cosi') per l'inconveniente.
Chi volesse contattarlo usi il mail link sulla destra (ovviamente) e si armi di certosina pazienza. :-)

22 febbraio 2011

Il Festival dell' Unita'

Visto che stiamo celebrando l'Unita' d'Italia, iniziamo con un quiz all'americana...

Vi piacerebbe se un bel giorno vi dicessero che la sedia su cui siete seduti e il letto in cui dormite sono "patrimonio dell'umanita'", anziche' vostro?

Vi piacerebbe se nottetempo entrassero nella vostra casa torme di individui e, oltre a non poterli cacciare, vi si obbligasse ad alloggiarli e mantenerli a vostre spese?

Diamo per scontato che non vi piacerebbe, ma come definireste una prassi simile?

Probabilmente "esproprio" sarebbe il termine che vi verrebbe in mente per primo. Ma non sarebbe come quando non pagate un debito: voi non avete fatto nulla per cui essere espropriati. Sarebbe un obbligo alla condivisione che vi puzzerebbe di comunismo lontano un miglio. "I care", "I share"... ricordate? O forse, di quest'aspetto ideologico non vi importerebbe piu' di tanto (molto male): voi registrereste, comunque, che cio' che prima era vostro, ora non lo e' piu'. E tanto vi basterebbe per togliere il lucchetto alla vostra rastrelliera e prendere un fucile per fare cio' che lo Stato non vuole fare: difendervi.

In una tale fattispecie, che vi fregherebbe dell' "unita'" d'Italia? Sicuramente sareste piu' preoccupati per la sua indipendenza; cioe' per quella prerogativa che dovrebbe garantirvi che nessuno straniero possa accampare diritti su cio' che e' vostro in quanto italiani. Sarebbe poi compito dello Stato il fare si' che la vostra proprieta' fosse tutelata in ambito nazionale. Infatti, questi sono solo alcuni tra i compiti di uno Stato, democratico o meno che esso sia: difendere dall'esterno e organizzare nell'interno. Unica eccezione sarebbe appunto uno Stato - o un Superstato, o un "One World" - informato all'ideologia marxista, il cui obbiettivo ultimo sarebbe di carattere internazionale.

Purtroppo non si tratta di un test paradossale: e' esattamente in questa situazione che ci si accinge a celebrare un anniversario altrimenti importante come l'Unita' d'Italia. Il sospetto che il cosiddetto "Nuovo ordine Mondiale" sia qualcosa di molto simile al Marxismo realizzato, non e' piu' tale da tempo: ormai e' un certezza per chiunque non voglia nascondere la testa sotto alla sabbia. Nonostante questo, ci viene imposto di celebrare i fasti di un mondo che ormai non c'e' piu'.

Perche'?

Per fingere che nulla sia cambiato e, soprattutto, per evitare che una qualche forma autentica di nazionalismo possa intralciare il processo di mondializzazione in atto: si spinge il vagone di una possibile rivolta nazionale su di un binario morto; non diversamente da come avviene tramite le "rivoluzioni" che scoppiano nel Mediterraneo e in mezzo mondo: prevenire e' meglio che curare.

Un'Unita' priva di Indipendenza

Il centocinquantesimo dell'Unita' nazionale non e' mai stato cosi' celebrato da tutto il dopoguerra. Il porre enfaticamente l'accento sulla data sbagliata dell'unificazione geo-politica, da adito al sospetto che si voglia rimuovere la ben piu' importante causa del processo risorgimentale stesso: quella che infiammo' gli animi e armo' le coscienze dei patrioti, ovvero: l'indipendenza dallo straniero. Quella stessa indipendenza dallo straniero cui anche la Lega Nord si richiama evocando il ben piu' antico mito di Pontida. Un'indipendenza che non si poteva ottenere altrimenti se non combattendo sul campo. Ne' ancora vi e' altra strada possibile, se la si vuole riconquistare una volta perduta. E' bene ricordare che nessuno concede gratis la liberta', e che questa e' un bene di tutti, e tanto prezioso che non va dilapidato come hanno fatto gli odierni "celebranti" di ogni colore.

Perche' la data sbagliata

In realta', il 17 marzo del 1861, non avvenne altro se non la proclamazione del Regno d'Italia da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia. Cosa che il Re fece superando in anticlericalismo lo stile napoleonico: senza nemmeno un vescovo o una cattedrale. E, cosuccia da niente, senza Roma. Ma, senza Roma, che "Italia dei Cesari" si puo' fare? Si tratta dunque di un anniversario eminentemente monarchico: un anniversario monco. Un evento nel quale il "popolo" ha avuto una parte limitatissima, anzi, si puo' dire per certo che vi si sia piu' opposto di quanto non vi abbia partecipato. La vera unita' nazionale fu raggiunta, invece, nel 1918 con la vittoria dell'altrimenti conosciuta Quarta guerra d'indipendenza contro l'Austria-Ungheria - e qui il popolo partcipo', ahime', molto numeroso - il che avvenne dopo altre tre guerre d'indipendenza, come si studiava quando esistevano ancora le Scuole Elementari. Notare il costante ricorrere del termine "indipendenza", cosi' sportivamente snobbato oggigiorno. L'ormai antica rimozione della festivita' della Vittoria - nessuno ha mai sentito parlare del "Vittoriano", strano centauro che fonde il nome di un re al suo significato? - nel primo conflitto mondiale, la dice lunga sul destino manifesto della nazione italiana nel Nuovo Ordine Mondiale. La scelta di una data piuttosto che dell'altra ha una sola giustificazione: rimuovere la memoria della Grande guerra e cosi' isolare dal suo contesto storico il regime che su di essa costrui' i suoi miti fondatori: il Fascismo. Il guaio e' che il Fascismo si formo' realizzando punto per punto il dettato risorgimentale. Non vi aggiunse nulla, nemmeno la "vittoria che e' schiava di Roma": come fa notare al meno informato leghista Bossi, l'informatissimo comunista Benigni. - E' infatti solo cosi' che il comunista puo' sentirsi finalmente "patriottico": quando la Patria non serve piu' a niente. - Il Risorgimento senza il Fascismo e' infatti un fenomeno storico per lo piu' incomprensibile; e i comunisti di un tempo si rifiutavano di celebrarlo proprio per questo motivo.

L'Italia non esiste piu'

Nei fatti, l'Indipendenza e' un lontanissimo ricordo, almeno, dal Quarantatre' del secolo scorso. Ora c'e' l'Unione europea: la vera capitale e' stata spostata in Belgio, la moneta dobbiamo chiederla alla Germania, l'esercito e' stato ridotto all'osso e riformato secondo il metodo USA - e lo impieghiamo ovunque tranne che in patria, eccettuato che per la rimozione dei rifiuti o qualche passeggiata urbana, i dazi sulle merci straniere sono stati in gran parte rimossi, il debito dello Stato nei confronti del sistema finanziario internazionale - in percentuale otto volte quello del 1938, ma in cifre oltre un centinaio di volte - e' tanto ingente che e' tecnicamente impossibile a rimborsarsi, eserciti senz'armi provenienti da tutto il mondo percorrono la penisola reclamando il loro "diritto" a risiedervi; mentre quegli italiani che sono i veri eredi biologici dei patrioti, ma anche dei loro oppositori, si vedono insultare ogni giorno da una classe politica proterva - la stessa che si proclama oggi "patriottica" - che li vuole, secondo il caso, "razzisti", "fannulloni", "vecchi", "bamboccioni", "incapaci a procreare" - o "stupratori" a seconda della ncessita', "evasori fiscali", "mafiosi", e via insultando, come nemmeno nell'Ancien regime la nobilta' avrebbe osato. Ah, la "democrazia"!Ma cos'e' dunque questa "democrazia"? I Padri del Risorgimento ne erano cosi' entusiasti? In realta' la forma di governo era l'ultimo dei loro problemi. C'erano monarchici e repubblicani che volevano un'Italia unita e indipendente; non l'una cosa senza l'altra: entrambe. Particolarmente l'indipendenza in quanto unica garanzia di liberta'. Oggi siamo ancora indipendenti? Ormai, il processo di unificazione europeo, e mondiale, sta assorbendo come una spugna la sovranita' di quasi tutti gli Stati coinvolti. Ove i rispettivi governi non sono ritenuti compatibili con le logiche di un potere etereo ed inafferrabile, vengono rimossi con i metodi piu' fantasiosi, cosa che anche in Italia stiamo sperimentando da tempo. E, nonostante cio', celebriamo l' "unita'"... Ma quale "unita'"? Quella dei "nuovi italiani", in un'Italia "federalisticamente" divisa in tre o quattro tronconi, dipendente da uno Stato senza governo il quale, a sua volta, dipende da un governo senza Stato?

Il patriottismo comunista ( di sinistra)

Inoltre, sarebbe istruttivo andare a ritroso fino al 1961 per farsi un'idea di come celebravano il Centenario, quelli che oggi pontificano dai colli, o tengono applauditissime lectio magistralis su Goffredo Mameli presso l'alma universita' di S. Remo. Ecco i veri campioni dell' "italianita'" post mortem dell'Italia: un Presidente della Repubblica comunista che somiglia vagamente al Re di maggio, e un comico comunista che c'illustra la semplicissima alchimia dell'essere essere italiani senza essere nazionalisti. Qual'e' il piu' comico fra i due? Ma poi ci sono il presentatore comunista e il vincitore del festival... comunista pure lui. Tutti "patrioti", naturalmente... E per fortuna che c'e' la "destra" al governo, altrimenti ce ne sarebbero pure di piu'. Ma di fronte al patriottismo ostentato da questi "uomini di Stato" e guitti da quattro soldi, tutti i "nazionalisti" si commuovono fino alle lacrime. Applaudono, come quando in Germania il cancelliere Cuno decretava lo sciopero generale di tutta la Ruhr contro l'esoso occupante francese; beau geste apprezzatissimo dai "nazionalisti", col quale metteva nelle mani del potere di mobilitazione marxista l'intera Repubblica di Weimar. Un genio degli anni Venti, quindi... come tanti, che dopo quasi cent'anni, non si accorgono nemmeno di fare la stessa cosa.

Non c'e' che dire: K. Marx aveva pienamente ragione; il Comunismo del terzo millennio e' comico almeno quanto quello del secondo fu tragico, ma non si sa piu' ridere quando si dovrebbe.

Ora parliamo di un cruciale prefisso. Le "Unioni", le "Unita'", come tutte le istituzioni la cui sigla comprende il suffisso "Un", ormai, piacciono molto a sinistra. Ma, a dispetto del suo nome, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci "L'unita'", intendeva altro che non il patriottismo nazionale. Era l'unita' del proletariato mondiale quella auspicata; il che non era propriamente la stessa cosa. Il Tricolore fu accettato obtorto collo nelle manifestazioni pubbliche comuniste, ma solo per pura strategia e su espressa indicazione - ordine - dello stesso Stalin; era prescritto che la bandiera nazionale dovesse essere presente in una proporzione fissa tra i vessilli dell'Internazionale. Ma cio', non avvenne che con molto ritardo a causa del rifiuto dei militanti, cui venne poi imposta la disciplina di partito. Si puo' immaginare che prima di tale evento, al Tricolore, venisse riservato un trattamento anche peggiore di quello leghista.

Inoltre, non troverei secondario il rimarcare che se questa folgorazione degli ex comunisti sulla via patriottica fosse avvenuta 90 anni fa, ci saremmo sicuramente potuti risparmiare il Fascismo, forse la IIa Guerra Mondiale e senz'ombra di dubbio una Guerra civile nella quale questi "patrioti" si dedicarono col solito zelo, allo scannamento di migliaia tra i loro connazionali di ogni fede politica. E questo per rimanere alla storia piu' recente - ma senza rivangare i cosiddetti "anni di piombo" che pure furono animati dalla stessa logica. Vogliamo ora guardare agli anni appena successivi la Grande guerra? Chi ricorda, infatti, come i malcapitati reduci fossero sovente percossi e uccisi dai rossi progenitori di questi lazzaroni, e in nome del pacifismo, per giunta? Fu allora che nacquero spontaneamente le tanto vituperate "squadracce": con il preciso intento di proteggere le vite dei reduci e dei loro familiari. Gente che non temeva il rischio della vita e che il genio di Benito Mussolini - ex combattente egli stesso, quindi divenuto socialista revisionista - seppe capitalizzare per la costituzione del suo movimento rivoluzionario. Si capisce dunque il perche', l'Italia antifascista, abbia preferito glissare su sessant'anni della propria storia.

Si legga dunque cosa scriveva l' "Unita'" circa il Centenario nel 1961, e lo si confronti con cio' che vi si legge oggi. E tutto cio' senza che vi sia stata alcuna "autocritica" nello stile politico di queste avanguardie ormai senza vessillo, ancorche' piu' vicine alla vittoria finale di quanto non immaginino gl'illusi, che pensano che il loro sogno si sia infranto contro il Muro nel 1989. Un sogno che invece piace - ma per mera convenienza - agli autentici manovratori della finanza globale; che si fregiano di attestati filantropici mentre mettono alla frusta della miseria il mondo intero, peggio di quanto gia' fecero i loro predecessori nel primo quarto del Novecento. Chi vedesse una qualche forma di continuita', nel comportamento delle due forze internazionali dal Novecento ad oggi, avrbbe dunque trovate tutte le conferme che cercava.

Conclusioni

E' sempre il solito Materialismo dialettico che impone l'uso del patriottismo di facciata odierno. Si tratta di pura convenienza politica in una logica post-nazionale; assolutamente bipartizan a causa dell'assenza di un'autentica forza politica nazionale, la cui sola esistenza e' vietata per legge dopo la fine dell'ultimo conflitto mondiale. E la mondializzazione in atto ne spiega il motivo piu' di mille parole. E' un patriottismo privo di ogni sostanza: men che meno dell'ormai vituperata "razza italica", cui i patrioti risorgimentali - non solo i fascisti - si richiamavano costantemente; senza Sovranita', quindi, senza liberta'. Nella Neolingua la schiavitu' e' liberta', almeno come la disunione e' unita'.
 
SauroModified on byLo PseudoSauro
Le immagini e i marchi su questo website appartengono ai rispettivi proprietari.I commenti ai rispettivi autori.