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02 marzo 2009

A ognuno il suo genocidio (e il suo debito)

Il regime universalista instauratosi dopo la fine della IIa GM ha creato un problema. Uno dei tanti, per altro. La continua messa in discussione del passato e la rincorsa dei popoli al ruolo di vittime collettive. Preferibilmente, vittime dei regimi fascisti o affini, essendo quelle dei regimi comunisti ideologicamente dispensate da ogni revisione oltre che indegne di umana pieta'. Ad ogni volta che si tenta di commemorare le vittime del Soviet ci si scontra regolarmente con vari, piu' o meno numerosi, gruppi sedicenti "antifascisti". Come se il valore della vita umana fosse una variabile dipendente dell'ideologia imperante. Ci siamo addormentati in un mondo improntato a ideali come "liberta'" e "democrazia" ed ora ci risvegliamo in un totalitarismo planetario; ma, a ben vedere, l'Antifascismo e' proprio questo: un Fascismo all'incontrario che usa di schermi verbali come "democrazia" per mascherare la sua vera essenza ormai sempre piu' evidente a chi voglia davvero vederla.

L'affermare il proprio popolo essere stato vittima di genocidio, funziona oggi come ai tempi del Soviet il rivendicare la propria appartenenza all'elite rivoluzionaria. E' un elemento di aggregazione su base ideologica: quasi una dichiarazione di fede nell'enunciato massonico dei Diritti Umani Universali. E pazienza se questa solerzia rivoluzionaria riapre a raffica contenziosi storici che un tempo la previdente saggezza popolare cercava di consegnare all'oblio dopo ogni conflitto. Ora bisogna "chiedere perdono" per conto dei nostri padri; anche se questi non avessero avuto nulla da farsi perdonare. E' questo un debito perenne che si configura in una responsabilita' collettiva degna dell'inferno dantesco. Quella stessa responsabilita' collettiva che ha inchiodato, ad esempio, il popolo tedesco ad un destino di eterno debitore. L'autoproclamarsi vittime di genocidio serve dunque anche a mitigare la propria posizione debitoria, oltreche' a trovare un debitore da legare a se' tramite il senso di colpa. Ma cio' che ha funzionato con gli ebrei sembra non funzionare con gli altri popoli. Tutti i genocidi, veri o presunti, dopo quello ebraico, possono essere discussi; a maggior ragione se non addebitabili ai fascisti. Nei rari casi che lo sterminio in oggetto sia inequivocabilmente attribuibile ai comunisti si ricorre ad uno dei tanti artifici logici tipici dell'Antifascismo. E qui le etichette si sprecano; ne cito la piu' demenziale fra tutte: "fascismo rosso".

Primo criterio per stabilire l'importanza di un genocidio e' la sua consistenza numerica: i 6 milioni di ebrei uccisi la vincono su tutti. Poi viene la ferocia con cui il genocidio e' stato perpetrato; e si sa che la ferocia del "male assoluto" non e' minimamente paragonabile a quella del "liberatore": rosso o bianco ch'esso sia. Nonostante il Comunismo non goda piu' del consenso delle masse, e' innegabile che sia ancora parte dell'Antifascismo. Diciamo pure che e' un "male relativo", come ebbe a dire, autorevolmente, lo stesso Papa Giovanni Paolo II; il che servirebbe anche a capire perche' ad un processo di Norimberga non ne segui' uno di Mosca. Alcuni popoli non amano sedersi sul banco degli imputati: preferiscono il ruolo di giudice e, di quando in quando, anche quello di boia. Del resto, l'antisemitismo politico inizio' a Norimberga e fini' a Norimberga, il che dovrebbe chiarire di quale pasta fosse stato in realta' il II° conflitto mondiale. En passant, osservate anche con quale singolare ricorrenza il termine "mondiale" caratterizzi tutto il Novecento. Evidentemente si tratta di un destino dal quale non si puo' sfuggire. Un destino "inevitabile", come si vuole che siano tanti altri fenomeni oggigiorno al fine di limitare al minimo l'opposizione agli stessi. Una volta si diceva "la rivoluzione e' come il vento". Dire che e' "inevitabile" e' un modo sintetico per esprimere lo stesso concetto.

Considerato che i fascismi sono obbligatoriamente (per legge) gli autori dei piu' efferati genocidi, non sara' inutile ricordare l'origine del termine "Antifascismo" per capirne meglio il significato. Esso fu coniato dall'ebraismo internazionale, che era considerato il motore ideologico, finanziario e militare di ogni movimento eversivo fino dalla Rivoluzione francese; quindi anche del movimento socialista bolscevico. Questa, per altro, lapalissiana considerazione, suffragata da una sovrabbondante documentazione (e non alludo ai Protocolli dei Savi di Sion), viene opportunamente collocata fuori da ogni analisi storica, per motivi di ortodossia ideologica che oggi rasenterebbero la comicita', se i rischi che corrono i suoi critici non fossero maledettamente seri; seri, ancorche' poco differenti da quelli imposti dal fu (?) regime sovietico. Quanto alla similitudine tra i due sistemi repressivi, a parere di chi scrive, non ci si dovrebbe tanto interrogare sulla forma ideologica intrinseca al regime, quanto sull'identita' di chi ha diretto il Soviet prima e la Globalizzazione economica poi, visto e considerato che si tratta di persone che mostrano di avere la medesima weltanschauung internazionalista oltreche' la medesima visione economicistica del mondo.

Le recenti contestazioni, unite ad inqualificabili minacce, subite da alcuni ex profughi istriani recatisi in Slovenia per commemorare i propri morti, sono esattamente del tipo descritto sopra. Siccome gli infoibati erano fascisti e gli infoibatori comunisti, i secondi rivendicano la loro legittimita' ideologica ricorrendo all'assunto che tutti conosciamo molto bene: "uccidere un fascista non e' reato". E vi lascio immaginare in base a quali criteri si puo' decidere che la vittima sia "fascista" e, soprattutto "chi" sia l'autorita' deputata a farlo. Niente da fare: agli eredi dei profughi istriani sara' concesso solo un mezzo genocidio. Un genocidio con riserva antifascista e senza l'implicito diritto di sfruttamento del debitore. Dopotutto la ex Yugoslavia ha vinto la guerra, mentre l'Italia l'ha perduta e la spada di Damocle di San Sabba puo' abbattersi in ogni momento sui vinti, a discrezione dei vincitori. Dopo 60 anni dalla "liberazione", beninteso. Quello degli istriani e' comunque un grande successo se si considera che agli abitanti della citta' di Dresda non e' concesso ancor'oggi di commemorare la totale distruzione della propria citta', ne' di abbozzare un numero di uccisi meno ridicolo di quello concesso graziosamente da chi li ha salvati dalla sovrappopolazione.
 
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