Lo PseudoSauro

"Col negare il mondo economico come quello che determina la vita, cioè come un destino, se ne vuol contestare il rango, non l’esistenza" J. Evola

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05 novembre 2006

Il nodo di Gordio

"Credo che nell'ultimo secolo l'essenza del potere umano si sia svelata a noi in un significato del tutto particolare. Infatti è strano che la tesi della malvagità del potere si sia diffusa proprio a partire dal XIX secolo. Avevamo pensato di aver risolto o almeno appianato il problema del potere, affermando che il potere non proviene nè da dio nè dalla natura, ma piuttosto da un patto che gli uomini stipulano tra loro. Che cosa dovrebbe ancora temere l'uomo, se dio è morto e il lupo non è altro che uno spauracchio per bambini? Ma proprio dall'epoca in cui questa umanizzazione del potere sembra essersi definitivamente realizzata - e cioè dalla Rivoluzione Francese - dilaga irresistibilmente la convinzione che il potere sia in sé malvagio. Il detto 'dio è morto' e l'altra enunciazione 'il potere è in sé malvagio' derivano entrambi dallo stesso periodo storico e dalla stessa situazione, vogliono dire la stessa cosa"

Carl Schmitt (Geschpräch über die Macht und den Zugang zum Machtaber, 1954).

44 commenti:

Monsoreau ha detto...

Sembra l'enunciato di un tema della maturità. Manca il "commentate questa frase di Carl Schmitt" :-)
E' una fotografia della realtà. Da un pensatore ci si potrebbe aspettare anche una soluzione. E Schmitt la diede, anche se, forse, oggi rientrerebbe in quelle messe all'indice.
Gli Americani, molto pratici, hanno tradotto il tutto nel semplicissimo "Law and Order", nel quale ci sta di tutto e di più (come nella Rai ...).

Lo PseudoSauro ha detto...

Mons: bel temino eh? Di Filosofia del Diritto ne sai certo piu' del sottoscritto, ma l'analisi di Schmitt e' molto piu' inquietante. Secondo lui, con la vittoria del modello anglosassone (impero del mare) su quello europeo continentale (impero della terra), lo Stato e' destinato a scomparire perche':

«si dissolvono le distinzioni fra diritto pubblico e diritto privato e fra diritto statale e interstatale»

Lo "Justus hostis", che ha garantito l'assetto pacifico tra gli stati per circa 300 anni, viene sostituito con la "Juasta causa belli" che, di fatto, legittima il terrorismo ed ogni tipo di frammentazione interna allo Stato. E non e' che sia una visione "statalista": e' solo un'analisi del meccanismo su cui si fondano gli stati nazionali stessi. Detto in soldoni, per lui il problema e' la globalizzazione economica e

« il predominio dell'economia e della tecnica sull'uomo»

Diciamo che il modello USA non gli stava molto simpatico, ma i problemi da lui evidenziati li abbiamo sotto gli occhi ogni giorno...

Anonimo ha detto...

Il problema e' l'abbandono della filosofia perche' religione e scienza non riescono a spiegare tutto.
Ora e' periodo di fanatismi.
Passera'.

Zag

Anonimo ha detto...

Zagazig Zugang Zum

zamax ha detto...

Non ho letto niente dell'opera di Carl Schmitt. Per quel poco che ne so mi sembra un colto, profondo, intelligente reazionario. Come tutti i reazionari è illuminato dall'odio nel capire gli ingranaggi del pensiero giacobino, ma ne è anche accecato. La sua distinzione tra un precedente "justus hostis" ed un successivo "justa causa belli" è accettabile solo fino a quando non diventa un assioma totalizzante, come l'intuizione di uno scarto deciviso nella direzione dell'umanità, perché naturalmente la realtà è invece un continuo divenire che bisogna governare, non ibernare. Perciò anche il suo realismo, come quello di tutti i reazionari e difensori della Kultur che hanno in uggia le pretese universalistiche democratico-liberali e le sue degenerazioni socialiste in senso lato, ha qualcosa di mitologico e irrazionale. Anche se ad un livello altissimo (suppongo) la sua ricerca di un diritto internazionale intangibile e perfetto tradisce un'ansia millenaristica, che è intimamente contraria al cristianesimo, e spiega la confusione sua e di altri reazionari nel terreno pratico politico, come attesta il suo appoggio al nazismo.
Ciò detto, ripeto che non ho letto niente della sua opera.

Lo PseudoSauro ha detto...

Zag: complimenti per l'ottimismo, ma qualche preoccupazione me la tengo. :-)

Ma quante 'Z' oggi...

Zamax: sono ammirato e faccio mie molte delle tue critiche.Credo che la lettura di "La teoria del partigiano" e "il nomos della terra", dell'Autore, ti potrebbero fare cambiare idea a proposito dell'immobilismo del Diritto inteso da S, ma fondamentalmente, mi pare che cio' che scrivi sia molto azzeccato. La sacralita' del profano interviene nel momento stesso in cui viene rimosso Dio come causa legittimante del Potere. Nella pratica cambia poco, in quanto sempre di Sacro si tratta anche se sotto mentite spoglie, ma la teoria schmittiana, abbracciata dal nazismo, prevedeva il primato della Volonta' umana, che di fatto si configurava come una terza via. Su Hobbes, poi Heidegger, Jünger, fino a Nietzsche si configura l'idea di Stato di S, ma anche la sua interpretazione dell'Uomo di Platone e della sua prerogativa di poter governare gli eventi facendo ricorso solo a se' stesso. Invece, penso che la collocazione di "Justus hostis" e "Justa causa belli" sia proprio il problema centrale del periodo storico che viviamo , che nasce dalle rivoluzioni illuministe e pre-tali. Quanto all'universalismo cristiano, mi pare che sia accomunato a tutti gli altri universalismi e non considerato in quanto tale. E' ovvio che l'universalismo sta all'opposto di ogni teoria centrata sullo Stato derivante da un patto di popolo secondo l'assunto di Hobbes.

Lo PseudoSauro ha detto...

P.S.
il principio hobbesiano "auctoritas non veritas, facit legem" dovrebbe essere illuminante, poi: “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”, ovvero il manifesto del "decisionismo", e' il vero nodo del problema.

Nessie ha detto...

Mai letto Schmitt, e forse non ne sono nemmeno invogliata a farlo poiché è palesemente un antimodernista. Non sono così coerentemente antimoderna nemeno io, ad onta del nick. Tuttavia, sì, è vero le teorie sulla malvagità del potere sono tipiche del pensiero del XIX secolo. E non dimentichiamo sullo stesso tema Elias Canetti con il suo "Masse e potere".
Tuttavia i peggiori "malvagi" di cui si è fatta esperienza sono proprio quelli che vogliono abbatterlo. Della serie "lo stato borghese si abbatte e non si cambia", un logoro slogan che nel nostro paese non finisce mai di passar di moda.

Lo PseudoSauro ha detto...

La signora si' che se ne intende... non l'avevo letto nemmeno io, ma da un anno in qua sto colmando anche questa lacuna. Tutto sta a definire cos'e' l' "antimodernismo", perche' se e' come l'antifascismo mi puzza un po' di marcio. In effetti mi accorgo di non avere le basi per farmene un'idea critica, ma se consideri l'assunto di partenza non puoi che convenire sul fatto che qualunque assetto di Stato e' ormai del tutto ingestibile in ogni parte del globo. Se poi sia per complicate alchimie giuridiche, o meno, non lo so. Certo il modello liberista impone la distruzione del Diritto Pubblico e Internazionale e la sua sostituzione con quello privato. In USA sara' anche normale, ma nel resto del mondo e' un disastro senza precedenti.

zamax ha detto...

Ti dirò, e penso tu mi capirai, che quando si è costretti a vivere quotidianamente nel “tanfo” della democrazia, dove tutti quanti come atomi impazziti sembrano inseguire i propri egoistici interessi, e per di più con negli orecchi la musica ipocrita e strillata delle fighette della democrazia (che oggi, ad esempio, si strappano le vesti per la condanna a morte di Saddam Hussein), si sarebbe tentati di passare di tutto cuore nel campo Schmittiano, sicuri di trovare, almeno, serietà e cultura. Perché parlare della collocazione di "Justus hostis" e "Justa causa belli" significa nient’altro che discutere senza riserve mentali sulla natura della democrazia moderna, e di come questa si sia fatta conoscere in primis nella storia soprattutto nelle vesti di una violenza annichilatrice capace di fare tabula rasa di popoli, tradizioni e credenze. Democrazia intesa nel suo senso storico più ampio, comprendendone anche i figli degeneri usciti dal gran corpaccione del socialismo ottocentesco, quello primogenito, il comunismo e quello cadetto che gli si ribellò, in nome di un nichilismo relativo e non assoluto, come una medicina omeopatica, il nazifascismo. Per questo non è sorprendente che io, filoamericano, non credente nelle terze vie, abbia scritto tempo fa in un commento sulla questione Irak, in un altro blog: “….. comprende invece per l’appunto quell’ambizioso progetto definito, ahimè, “esportazione della democrazia”, pomposa e supponente espressione che a me non piace affatto, non fosse altro perché i primi a cacciarsi in testa di esportare la democrazia furono i tagliatori di teste usciti dalla Rivoluzione francese, ma soprattutto perché dà alla democrazia un taglio ideologico fonte di infinite mistificazioni ed inganni nel passato: una democrazia che non metta al suo centro l’individuo, la tutela della sua dignità, la difesa delle libertà della persona, fatti salvi gli obblighi di quest’ultima verso della società, dalla forza coercitiva dello Stato, della tribù, del clan e infine anche della famiglia, è un’impostura. O se vuoi, è una democrazia totalitaria nella quale tutti sono uguali, e servi, e in nome della quale anche i comunisti si autodefinivano democratici.”
Cioè una democrazia distruttiva, che abolisce l’”auctoritas”, senza per questo liberare l’individuo, che nei fatti sarebbe la concretizzazione della “veritas facit legem” e il cui afflato missionario è l’agente patogeno di una specie di caos dionisiaco mondiale. Quest’ultimo sarebbe ancor oggi l’eredità negativa della democrazia occidentale, guarita invece dalle patologie totalitarie.
E’ questo il problema, o meglio, lo sfondo del problema, o sbaglio?

Nessie ha detto...

Più che alla II parte del tuo discorso, io mi soffermerei volentieri sulla prima: ovvero sul "tanfo della democrazia dove tutti quanti come atomi impazziti si mettono a perseguire i propri interessi". In altre parole su quella degenerazione democratica che io chiamerei "ultrademocraticismo". Il quale mina direttamente le basi della democrazie stessa in quanto diventa poi impossibile stabilire "regole condivise".
Per non parlare poi di quella libertà di stampa (cosa in sé sacrosanta) che sta diventando sempre più libertarismo e libertinismo ad oltranza. In nome della libertà di stampa si violano i segreti di Stato. E quindi tutto quanto poi sta alla base della protezione e della sicurezza dei cittadini.

Lo PseudoSauro ha detto...

Zmax: non sbagli affatto. E' nient'altro che l'oligarchia con un altro nome, ma c'e' chi la descrive con una specie di ossimoro "anarchismo totalitario"; intendendo con cio' un totalitarismo mascherato che si serve dell'assenza di uno Stato organizzato. E siccome in assenza di una seppur minima organizzazione statuale la permeabilita' e' inevitabile, ne consegue il caos che precede il totalitarismo vero e proprio: organizzato e repressivo, accettato dai piu' come una liberazione indipendentemente dall'orientamento politico. Schmitt si prefigurava una situazione simile gia' negli anni '50 e ne attribuiva la colpa alle democrazie anglosassoni che vinsero la guerra. La distruzione del Diritto Internazionale, sarebbe stata uno degli effetti della sua sostituzione con il Diritto Privato necessario al liberismo per espandersi. In parole povere, quello che noi chiamiamo "globalizzazione". Personalmente non sono mai stato un nemico del modello USA, ma la sua applicazione ove vige una Giurisdizione radicalmente diversa (quasi tutto il resto del mondo), non porta solo benessere, ma una corsa a mantenere alto il livello del consumo; quindi, uno sforzo sempre maggiore indipendentemente dal livello di crescita. Ma il paragone non e' tra sistemi economici diversi; e' tra una concezione economicistica (capitalismo libero o di stato) ed una a misura di uomo e di territorio, ovvero antropologica. Io penso che le forme di governo si avvicenderanno come e' sempre accaduto; le civilta' nasceranno e moriranno e tutto continuera' come prima. Anche la concezione tecnologica e progressiva e' tipica della cultura occidentale; una volta morta questa se ne fara' un'altra.

Lo PseudoSauro ha detto...

Nessie: e' il solito problema di lessico; si dice "democrazia" ma s'intende la sua ultima degenerazione, ovvero il passaggio precedente ad una nuova forma di autoritarismo, che ora userebbe altri mezzi che non cent'anni fa; e per il solo fatto che i tempi sono cambiati si definisce con termini edulcorati. La nostra liberta' passa attraverso il dizionario. Se pur condividendo una lingua si da allo stesso termine un significato diverso si tratta di una nuova forma di Babele; il caos che necessariamente precede il nuovo ordine assoluto.

zamax ha detto...

Quello che dici sulla concezione economicistica e antropologica mi conferma anche su quello che ci divide ed avevo già intuito esplorando il tuo blog. Anzi, in tutta sincerità (e con stima), ti confesso che alla fine di questa breve esplorazione mi ero detto quelle parole che poi avrei appioppato a Carl Schmitt: "Ecco qua, un colto, profondo, intelligente ... reazionario" Aggiornato al 2006, e nel senso più nobile del termime, s'intende! :-)
Sono fra l'altro d'accordo che tutta questa storia nasca in Inghilterra (e l'illuminismo amglosassone ne fu la sua manifestazione culturale) e ritengo che il "collasso" francese culminato nella Rivoluzione fosse non la causa, ma il primo grande effetto dell'onda "democratica" dipartitasi dall'isola brittannica che con un effetto domino si abbattè prima sulla Francia, poi sul continente, quindi in Russia e infine nel mondo intero (perché in senso lato anche i comunismi sovietici e cinesi sono essenzialmente delle forme primitive e brutali di occidentalizzazione).
Ma adesso sono stanco e il discorso si farebbe troppo lungo. Ad un'altra volta.

Lo PseudoSauro ha detto...

Zamax: ti confesso che il mio dubbio sul liberismo e' cosa del tutto recente, ma per rimanere nel discorso schmittiano, se e' vero che il Diritto Privato conseguente all'universalizzazione degli scambi commerciali, e destinato a sostituire il Diritto Internazionale, dove prima c'erano gli Stati Nazionali si riprodurra' una societa' simile a quella USA, ma priva delle sue regole, nella quale la competizione interna avverra' anche su base etnica e religiosa. In questo senso, m'interessa di approfondire il discorso di Schmitt. E' fuori discussione che sia i modelli politici socialista e liberista sono di natura economica e pare evidente che cio' non contrasta lo scontro globale in atto che e' di natura etnico-religiosa, anzi, lo provoca e lo incrementa. Anche Solgenitsin non riusciva a vedere nella filosofia mercatista un valido antagonista al socialismo o ad una fede; anzi, vi vedeva proprio il principale veicolo di diffusione. In altri termini, altro non sarebbe che il compimento di due profezie: quella di Maometto e quella di Marx.

Nessie ha detto...

Solgenitsin sarà stato un bravo letterato, ma di politica ne ha sempre capito poco. Purtroppo si è trovato psicologicamente un disadattato: crollato il socialismo, ha perduto la sua raison d'etre. Poiché anche essere CONTRO è una motivazione forte, per uno come lui. Non tutto il liberalismo vien per nuocere. Per cominciare sono diverse le aspettative etiche: stato Moloch assistenzialista, nel socialismo. LIbertà di intraprendere in proprio nell'altro. Massificazione collettivista con promiscuità delle abitazioni nel socialismo sovietico. Culto della proprietà (la "ownership") negli States. E chi è owner, poi, si rende conto del rispetto che comporta la proprietà altrui e dei propri vicini. L'uomo sociale del socialismo è obbligato a dire NOI. L'uomo del liberalismo può dire con fierezza IO. Dove attecchisce il socialismo non c'è culto né alcun rispetto per l'individuo; viceversa nelle società liberali l'individuo può dal niente diventare qualcuno. E non è il solito sogno americano del "self made man". Spesso avviene. Poi non ho compreso la tua chiosa sul compimento di due profezie: quella di Maometto e di Marx. Marx e Maometto hanno in comune la UMMA. Ma francamente l'islam e il liberalismo non hanno molto in comune. Direi che sono in antagonismo. Non è un caso che oggi ad affrontare la guerra contro il terrorismo islamico ci sia rimasta solo l'America. E ciò è un male. Un male per tutti noi. Io non mi sento di buttare addosso la croce a chi porta in patria un mucchio di ragazzi morti (con tanto di croce e lapide) per fronteggiare quei beduini laggiù.Io dico che noi Eurobabbei ci dovremmo vergognare.

zamax ha detto...

Uhm, io sarei dalla parte di Nessie...:-)
Comunque tu mi stai dicendo che stiamo trapiantando un modello di civiltà USA in tutto il mondo e che rischiamo il rigetto, perché quello è cresciuto armoniosamente coi suoi corpi ed anticorpi e con la sua propria logica interna, per così dire: in un certo senso, la filosofia mercatista coinciderebbe con l'identità anglosassone, e non vi sarebbe quindi una fatale contraddizione interna. Il trionfo del "Diritto Privato conseguente all'universalizzazione degli scambi commerciali, e destinato a sostituire il Diritto Internazionale" sarebbe quindi il trionfo (subdolamente violento) dell'identità e della filosofia di una nazione sulle altre. Queste ultime, menomate e quindi diminuite nella propria identità dall'adozione puramente meccanicistica di un sistema economico senza radici proprie, conflittivo col proprio retaggio culturale, alla lunga sarebbero alla mercè delle ideologie/religioni più forti e brutali del marxismo e dell'islam. In esse il liberismo avrebbe, a differenza che nella civiltà anglosassone, degli effetti puramente materialistici che ne indebolirebbero l'anima, quella forza interiore che il Diritto Internazionale salvaguardava negli Stati Nazionali.
Giusto?
Se è così, e vi è del vero in questa concezione che anzi in qualche modo avrei voluto articolare nel precedente commento (ricorda: avevo parlato di "collasso" francese), l'errore secondo me sta nella sua assolutizzazione e ...
Beh, adesso mollo ...
A presto. :-)

Lo PseudoSauro ha detto...

Nessie: e' ovvio che il punto forte del liberismo e' la liberta'... ho mai detto che mi fa schifo? Ma se in ossequio all'ideologia liberista si lascia che l'aggressivita' di entita' esterne abbia il sopravvento che si deve fare? Io Popper lo apprezzo, ma solo fino ad un certo punto; quando dice che la liberta' comprende anche l'ingresso di culture negatrici dello stesso presupposto, con rispetto parlando, lo mando a cagare. Allora, vogliamo considerare il caso islamico eccezionale e passibile di essere ridimensionato e inglobato? Puo' darsi, ma al momento non sembra. Schmitt, invece, preconizza i tempi che stiamo vivendo e denuncia il pericolo della dissoluzione degli Stati Nazionali. Non pone l'aut-aut o liberismo o socialismo, del resto rifiuto' pure il nazismo che contribui' a fornire degli strumenti giuridici addirittura in qualita' di ministro della giustizia... ma anche il nostro fosse un caso eccezionale: chi in una democrazia puo' gestire l'eccezionalita'? E questo e' appunto l'interrogativo cardine in tutta l'opera di S, che era un fautore dello Stato Nazionale (non Socialista)

Lo PseudoSauro ha detto...

Zamax: credo che cio' che ho scritto a Nessie possa interessare anche te. Sottolineo che la disquisizione di S e' molto raffinata e attiene alla Filosofia del Diritto, materia che io conosco poco. Io non ho letto in S una pregiudiziale di ordine ideologico contro la cultura anglosassone, che ci sara' anche stata, ma l'illustrazione del perche' questo tipo di cultura tende a distruggere un sistema giuridico che mostrava di funzionare bene. E poi la cultura non s'importa: o la si crea o la si subisce con la colonizzazione. La cultura anglosassone, come tutte le altre, e' il frutto di un'elaborazione secolare e funziona fino a che la componente anglosassone della societa' detiene le leve del potere. In USA la situazione sta rapidamente cambiando e la parte latina sta avendo il sopravvento. Questa, a mio avviso, e' l'ennesima riprova che anche il liberismo porta in se' il germe della propria autodistruzione come espone meglio di me Schmitt.

Lo PseudoSauro ha detto...

P.S.
e pure lo stesso Marx quando parla di corde ed impiccati. E si puo' pensarla come si vuole, ma la migliore analisi del sistema capitalistico e' sempre la sua. L'errore di fondo e' il considerare solo le due alternative politiche baate sull'economia. E se fossero basate su di una religione invece?

Nessie ha detto...

Che palle con 'sto Marx! Anche tu ti ci metti adesso :-(?! Migliore analisi quale, che non è nemmeno stato capace di fare i 4 conti della serva di casa sua e si è fatto mantenere di sana pianta da quel bischero di Engels per scrivere quei tomi indigesti che se ti cadono su un piede ti fanno pure male. Eppoi la sua dottrina fa acqua da tutte le parti. A cominciare dal fatto che scriveva che "necessariamente" il proletariato farà la rivoluzione contro il capitalismo, dato che prima fu la borghesia a farla contro l'aristocrazia e la monarchia. Il carattere "necessitante" delle sue contraddizioni di classe ha fatto fiasco da quel dì. Il proletariato, infatti non esiste più, è stato incorporato dalla vituperata borghesia, vive con agiatezza, dispone di una casa di proprietà e fruisce di tutti i beni di consumo. Non si può parlare di qualcosa di meglio?

Lo PseudoSauro ha detto...

Nessie: pensa che l'ho messo apposta per te Babbo Natale :-)

Intendevo solo dire che l'analisi del capitalismo economico di Marx e' ineccepibile e confluisce nello stesso punto a cui giungono altri pensatori percorrendo vie diverse. Altra cosa sono le soluzioni da lui teorizzate il cui disastro e' evidente. Quindi, il matematico aveva ragione, mentre il filosofo aveva torto. Capisco la tua crisi di rigetto dovuta all'insopportabilita' e all'invadenza della marxistiches praxis ancora ai giorni nostri. Passera'.

Nessie ha detto...

TeSauruccio :-) (non dirmi che non ti piace questa), il comunismo in Italia è durato da 60 anni. E continua... Ovvero, à suivre come un feuilleton. Il Marxismo dura addirittura da due secoli. Non pensi che abbiamo tutte le carte in regola per dire che ne abbiamo piene le cosiddette? Ci sono stati nella storia del pensiero occidentale, fior fior di brillanti pensatori che non ottengono tutta questa canonizzazione postuma: ti sei chiesto come mai?
Io invece confuto proprio l'analisi socio-economica. In quanto si basa sull'osservazione delle rivoluzioni industriali inglesi (tre per l'esattezza dalla fine '600 al periodo vittoriano). Ora dal periodo del luddismo, delle prime automazioni, della nascita della locomotiva a vapore, mi pare che dei cambiamenti sociali ne siano intervenuti. E tanti. Ma innanzitutto c'è quel "forze produttive" (riferito agli operai-proletari di allora) che non mi torna più da un bel pezzo. Chi sono nel neo-capitalismo le vere forze produttive? Come non mi tornano i conti nemmeno su quell'altro termine: "rapporti di produzione". La teoria del "plus-valore" è stata considerata un'emerita bufala da relegare in soffitta da tanti bravi economisti liberali tra cui Merton. Il quale, non mi sono mai data la pena di leggerlo, ma chi l'ha fatto per me, mi assicura che di Marx ne fa carta straccia.
E, lo ripeto e lo riporto da quanto ho già detto sopra, è errato e "metafisico" il carattere "necessitante" del materialismo storico (e dialettico) e la sua teoria delle 3 contraddizioni che qui ti riassumo in sintesi:
- L'impero romano venne messo in crisi dall'allora nascente cristianesimo che lo rovesciò.
- l'aristocrazia e l'alto clero furono spazzati via dalla borghesia.
- E allora "necessariamente" il proletariato prevarrà su quest'ultima.

Beh, stiamo ancora aspettando. Nel frattempo il proletariato si è estinto. Anche perché "prole", da cui deriva la parola, non ne fa più.

Nessie ha detto...

PS: per concludere è il metodo (o metodologia)che ne sta alla base, che fa acqua. Non le "soluzioni", come mi scrivi tu. Non c'è nulla di scientifico (nonostante lui si picchi di autoproclamarsi "socialismo scientifico" rispetto a Proudhon e Saint-Simon)nel dire che quel che è accaduto (e cioè le prime due contraddizioni che hanno avuto l'esito di un rovesciamento "di classe") riaccadrà. Qui siamo solo nel messianesimo. E di santoni, ne abbiamo piene le palle.

Lo PseudoSauro ha detto...

Nessie: il teSauruccio e' quanto mai gradito (ma come te le inventi?). Di Babbo Natale ne abbiamo un po' tutti le palle piene, ma l'evoluzione del fenomeno economico teorizzata da Santa Klaus ai tempi della seconda industrializzazione si e' rivelata esatta al centimetro. E non credere che la cosa mi faccia piacere. Nel momento stesso in cui si evocano scenari apocalittici dai punti di vista climatico e demografico, la tendenza generale e' quella di abbattere le barriere degli stati nazionali e sostituire il Diritto Internazionale con il Diritto Privato. Mettiamo pure il caso che vi sia piu' allarmismo che allarme effettivo sulle tematiche ambientaliste, nondimeno si tratta di un problema globale nell'assenza di una governance globale. Io vedo una soluzione nel ripristino degli Stati Nazionali e nella conseguente responsabilita' limitata ai rispettivi ambiti regionali. Per i socialisti le masse vanno educate al socialismo, mentre per i liberisti si presuppone l'autocoscienza del singolo; se questa ci fosse effettivamente, il problema non esisterebbe neppure, ma quando i rischi sono di tale entita' non ci si puo' permettere l'eccesso di idealismo: nell'un senso, come nell'altro.

Lo PseudoSauro ha detto...

P.S.
il socialismo scientifico era gia' fallito negli anni venti, proprio mentre il Soviet s'instaurava in Russia; su questo non ci piove, ma sebbene la prassi marxista avesse combinato i disastri fisici e spirituali che sappiamo, l'analisi di partenza era esatta. Questo lo ammettono anche gli economisti di formazione liberale. Di analisi, storica e filosofica non se ne parla neppure, in quanto Marx era un matematico e non uno storico, ne' un filosofo. Meno danno avrebbe combinato Proudhon con i suoi "mercati operai", ma l'analisi di partenza la condivideva pure lui, solo rifiutava la rivoluzione e la sua violenza implicita. Certo che per essere dei "destri", la mitologia marxista la conosciamo piuttosto bene, no?

Nessie ha detto...

Bravo teSauruccio, finalmente l'hai detta: ai tempi della II industrializzazione. Dopodiché si è giocato a fare del barbudos "un santino sempiterno". Poi ci fu "il santino sempiterno" della Resistenza. Eppoi ancora del '68. Vogliamo o no diventare grandi? O ci culliamo tutti quanti (e anche noi) nella sindrome di Peter Pan?
Cmq sono d'accordo sul non permetterci l'eccesso di idealismo né in un senso né nell'altro. A condizione che non si giochi anche qui al "nénéismo": né con il socialismo né con il liberismo.Che potrebbe essere la riedizione di uno slogan nefasto che conosciamo fin troppo bene. Io la mia scelta l'ho fatta: sono per un liberalismo etico e governato.

Lo PseudoSauro ha detto...

Sei ancora piu' talebana di me. Ma come fa ad esistere un liberalismo etico e governato? Non ti pare una contraddizione in termini? O e' libero o e' governato, o e' etico o non lo e'. Quindi devi per forza venire nel mio caruggio: un libero mercato in un contesto culturalmente omogeneo; perche' se omogeneo non lo e', bisogna farlo diventare per forza... e allora che differenza ci sarebbe con il suo opposto?

Nessie ha detto...

Sarò più chiara. Per "liberalismo etico e governato" intendo dire che il mercato deve essere più regolamentato. Che in politica non ci si può abbandonare a quella libertà che finisce dove incomincia il danno altrui. Se io permetto, ad esempio, ai pedofili di costituirsi in partito (nel nome di una libertà d'associazione astrattamente intesa) è evidente che do la stura alla "licenza di misfatto". E questo sarebbe talebanesimo, secondo te? Cmq sì, può darsi che io sia GIA' nel tuo caruggio, perché al contesto omogeneo del mercato ci credo anch'io.

Lo PseudoSauro ha detto...

Siamo sauri polemici, evidentemente, ma la pensiamo quasi allo stesso modo. Pero' la teoria liberista prevede la sostituzione della politica con le regole del libero scambio; e questo e' proprio cio' che dice Schmitt. Uno Stato "piu' snello" non significa altro che l'abolizione della politica, intesa in senso umano, e la sua sostituzione con una mera amministrazione economica. Tutto bene se ogni individuo fosse pienamente dotato di autocoscienza, tant'e' che l'anarco-liberalismo e' la dottrina prevalente nella filosofia mercatista, ma cio' puo' essere fatto solo in un contesto culturale omogeneo se no la gente va "rieducata" a forza... e allora che differenza c'e' con la controparte? Se pero', in nome della liberta', si rimuove la stessa cultura che l'ha promossa il problema del decisionismo s'impone. E qui siamo al solito punto: in un contesto culturale deprivato del primato della politica chi e' "sovrano sull'eccezionalita'"? Il tema trattato da Schmitt e' proprio questo: la gestione politica dell'eccezionalita'. Va da se' che se la politica scompare rimane solo l'economia.

Paolo ha detto...

...io sono in ascolto, sto imparando troppe cose...grazie.
Paolo

Lo PseudoSauro ha detto...

Paolo: tu non sai quante ne sto imparando io... ma mi sa che non ci serviranno a niente. :-(

zamax ha detto...

Ehi, non sono sparito. Devo ancora dire la mia. Appena trovo il tempo...

Paolo ha detto...

madai tuttoserve. nella peggiore delle ipotesi come katechon nella migliore si vince alla grande.
(passami le licenze poetiche)

zamax ha detto...

CONTRODISCLAIMER
Un blogger, che non fosse sadico, non dovrebbe mai evocare, con ostentata e perfida noncuranza, temi talmente profondi e vasti, tali da generare fecondissime riflessioni nell’animo particolarmente ricettivo di qualche suo lettore. Ragion per cui è colpa sua se il sottoscritto* ha partorito il sottostante mostro, che qualche adepto alle pratiche di Masoch potrebbe avere anche la perversa temerarietà di trangugiare fino all’ultima goccia. Non stupisca infine la sconsiderata audacia di questo vasto affresco, che avrebbe bisogno di dottrina specialistica in più materie, nessuna delle quali decentemente padroneggiata dall’autore: è privilegio dei dilettanti infischiarsene allegramente di tali scrupoli accademici.

* Che a sua vergogna confessa di aver fatto anche un po’ di copia-incolla di brani tratti dai propri commenti sparsi nella blogosfera.

CURIOSE CONSIDERAZIONI LIBERALI ALLA LUCE DELLA FILOSOFIA SCHMITTIANA DI UNO CHE NON HA MAI LETTO CARL SCHMITT
Liberiamoci innanzitutto degli “ismi”. Il termine capitalismo, ad esempio, a ben vedere non è altro che la più tenace delle invenzioni marxiste. I suoi liberali difensori sbagliano quando se ne fanno portabandiera, perché concettualmente non fanno altro che tenere in piedi l’unico bastione non raso al suolo della fortezza marxista. Prima di Marx c’erano nella nomenclatura economica i concetti di profitto, commercio, rendita, divisione del lavoro, capitale; l’ampia, profonda e flessibile sintesi di Adam Smith, teorie come il mercantilismo e soprattutto la fisiocrazia che già timidamente ambivano all’alloro di una parola decisiva, ma nessuna con la pulsione messianica del marxismo. L’ideazione del Capitalismo obbedisce ad una logica interna della filosofia marxista, che mirando alla sistemazione definitiva dei processi economici e sociali, insomma alla creazione di un Paradiso in terra, aspirazione in irriducibile antitesi col Cristianesimo, l’accomuna a tutti i fenomeni religiosi o parareligiosi post-cristiani: le eresie cristiane e i vecchi e moderni millenarismi, compresi i totalitarismi di destra e sinistra … o la New Age. La soluzione definitiva, il Comunismo, nella sua astrattezza, aveva bisogno di un nemico a sua immagine e somiglianza - ugualmente astratto - come il Cristo ha bisogno dell’Anticristo: Marx ha concentrato in una specie di formula meccanica primordiale il vasto campo dell’economia di mercato e l’ l’ha chiamato Capitalismo. Il Comunismo è una forma di millenarismo.
E di converso, passando all’altro campo, se conveniamo per comodità nel restringere il significato di “liberismo” ad una teoria o una prassi economica, esso pur tuttavia rimane solo l’esito materiale quantitativamente più visibile in superficie di processi antropologici che si perdono nel buio della storia, e dai quali non può essere disgiunto. Ogniqualvolta l’uomo, nel suo processo di emancipazione individuale millenario, ha rotto le catene che lo tenevano avvolto in un cerchio chiuso, liberandosi via via dalla tutela (e dall’oppressione) del clan, della tribù, della corporazione, della classe, della razza e della … nazione, egli ha parimenti segnato il superamento nel campo economico di autarchie sempre più grandi e complesse. E’ implicito in ognuno di questi passaggi, sia pure in forma primitiva, una vittoria contingente del Diritto Privato sul Diritto Pubblico della superata ristretta entità, fino a quando quest’ultimo non si rimodelli su un ambito allargato. Il sentimento societario è il risultato della crescente libertà dell’uomo e dei suoi bisogni che meglio può soddisfare con l’attiva collaborazione di altri uomini liberi al di fuori della cerchia autarchica. Di qui i commerci, la divisione del lavoro e la specializzazione. Quindi nego che il liberismo sia una filosofia prettamente anglosassone. E’ piuttosto una prassi connaturata a quel mondo che nella nostra era storica ha raggiunto il grado più elevato del processo di liberazione individuale, come fu nella storia a suo tempo per la Grecia e poi per Roma e poi ancora nel Medioevo per i Comuni italiani e in primis per la Repubblica di Venezia. E basterebbe qui ricordare il disprezzo esemplare che i bizantini provavano per i barbari materialisti veneziani, della cui attività però non potevano fare a meno.
La forma statuale di questa libertà individuale nell’era moderna si chiama democrazia. I suoi liberali difensori però ancora una volta sbagliano, facendo il gioco dei giacobini, nell’investire il concetto di democrazia di un valore morale. Errore che Tocqueville si guardò bene dal fare. Egli chiama “uguaglianza delle condizioni” il risultato inevitabile di questo travaglio storico che stava prendendo forma sotto i suoi occhi (al di qua e al di là dell’Oceano) e avvisò (e fu profeta dei totalitarismi) che “in tempi di democrazia” il dispotismo poteva assumere forme oppressive mai raggiunte nel passato. Il trapianto della “forma” democratica, in altre parole, laddove i tempi non fossero maturi e non fosse in armonia con i costumi poteva portare al collasso delle istituzioni di un paese e alla presa del potere di minoranze settarie organizzate. Quando Metternich affermava di temere i liberali, perché dietro i liberali vedeva i democratici, e dietro i democratici i repubblicani, e dietro questi i socialisti e i rivoluzionari con la ghigliottina, era più un profondo conoscitore della realtà dei suoi tempi che un acido conservatore. Va sottolineato con forza che nella sua “Democrazia in America” Tocqueville ritornava insistentemente sull’importanza dei “costumi” di una nazione, ovvero su quanto (in una realtà democratica) lo spirito di libertà e di responsabilità individuale (le due cose vanno di pari passo e sono inseparabili) fosse radicato in un popolo, perché naturalmente un sistema democratico vivo non è un congegno ad orologeria, un alambicco costituzionale la cui bella architettura e le parti ben distribuite ne garantiscano indefinitamente il funzionamento, ma in ultima analisi è un sistema fondato sulla fiducia o, per dirla con gli anglosassoni, sul “consensus”.
Bisogna tener presente il fatto essenziale che, quanto più una società è libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati, tanto più secerne dei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è però ormai mitridizzata. Essa mantiene insomma l’autocontrollo. La tolleranza è figlia di questo processo di maturazione in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti. La legge positiva ne viene modificata, senza che questo significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Se questa distinzione è stata ormai interiorizzata in Occidente (e ha origine nel Cristianesimo, ma questo è un altro discorso) essa provoca oggi fuori dall’Occidente quel sentimento di odio/amore, di malcelata ammirazione e manifesto disgusto che ha sempre caratterizzato la collisione traumatica (dovuta al progresso tecnologico) tra culture e paesi troppo lontani tra loro, tanto lontani almeno da non essere in grado, per il soggetto passivo di questo contatto, di sostenerne l’impatto.
Nell’era moderna il primo grande esempio di questo fenomeno è stato il rapporto Francia-Gran Bretagna nel ‘700. L’illuminismo inglese (e possiamo fare i nomi di Locke, di Hume, di Gibbon, di Smith) non fu la causa delle libertà inglesi, ma fu l’effetto di queste ultime nel campo culturale. Viceversa l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione. L’intellighenzia francese in generale ammirava, apprezzava queste libertà ma non riusciva a coglierne il nesso coi profondi meccanismi sotterranei della società inglese, ad accettarne la “volgarità” e causava soprattutto, in quella di matrice aristocratica, il disgusto per lo spirito affaristico e borghese dell’aristocrazia isolana. Voltaire stesso che beneficiò di questa libertà, confessava di sentirsi in un paese a lui estraneo, completamente differente da quelli del continente.
Priva del suo retroterra, del suo indispensabile humus, in terra francese la democrazia, o meglio la libertà, divenne un fatto ideologico. L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione, la libertà dei costumi divenne un libertinismo dai tratti a volte criminali (Sade), la pratica “democratica” nelle mani di minoranze settarie di novelli professionisti della politica, che si servivano di un popolo passivo per mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto (che è il tradimento principe dello spirito democratico), servì per coprire formalmente la violenza, l’assassinio e le epurazioni. (Penso che Schmitt – vado ad intuito - all’incirca si riferisca a questo fenomeno quando parla dello spirito partigiano, lo spirito del potere per il potere, lo spirito di fazione necessario alla creazione di un nemico da abbattere, la demonizzazione del potere per la conquista del potere). La Francia cadde come un gigante senza anticorpi.
E così per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia fu contraddistinta in tutta Europa da quei fenomeni di anticlericalismo, conati rivoluzionari, “plebisciti”, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo accelerato da fattori esterni della “democrazia e della libertà”, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività dell’apparato amministrativo. Lo sviluppo burocratico è quasi sempre inversamente proporzionale all’autostima di un popolo. Tutte le nazioni dove il civic sense (per usare un termine caro allo storico Robert Conquest) ebbe tempo e possibilità di maturare sostanzialmente all’interno dei propri confini, erano caratterizzate da poca burocrazia: i paesi anglosassoni ma anche il più solido e “liberale” degli stati italiani finché visse: la Repubblica di Venezia. Le Viscose “banche dati”, la statistica, i catasti, le grandi sistemazioni dei codici in sé sono delle bellissime cose, ma la storia insegna che sono sempre nate da esigenze di controllo da parte di un potere centralizzatore. Il diritto romano, che ai tempi ancora repubblicani di Cicerone assomigliava nella sua confusione e indeterminatezza alla futura common law, fu sistemato in tutto il suo splendore da Giustiniano in una logica piramidale che aveva al suo vertice l’Imperatore. “Diritto di servitù” lo chiamò Alexis de Tocqueville in contrapposizione alla assai più rozza ma feconda common law. Sempre Tocqueville notò come la passione per la scienza statistica fosse assai più sviluppata nella sua Francia che nei rampanti Stati Uniti. (E’ forse un caso che il primo Catasto che si conosca, espressione del giogo normanno sugli anglosassoni, abbia il nome pittoresco di Domesday Book? - in inglese moderno Doomsday Book - che significa: il Libro del Giorno del Giudizio Universale).
Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi , senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano.
Lo schema Francia-Gran Bretagna sopramenzionato ebbe una replica nel rapporto Europa-Russia. La feroce secolarizzazione di Pietro il Grande (figura che in Russia ancor oggi provoca venerazione ed orrore allo stesso tempo). Stessi sentimenti contrastanti da parte dei Russi (Pushkin, il padre della letteratura russa, nella cerchia delle sue amicizie parlava più spesso francese che la sua lingua natale). Repulsione ed attrazione. Umiliazione e aggressività. Occidentalisti e Slavofili. L’odio per i bottegai tedeschi e l’ammirazione per la tecnica dei tedeschi. L’appagante mitologia dello Spirito Slavo contro il Materialismo Europeo. Stessa corsa verso il baratro della Rivoluzione. Il veleno del comunismo iniettato da pochi rivoluzionari (Lenin) reduci dalle scuole Occidentali, come più tardi Mao e Pol Pot e, a modo suo, anche Khomeini. Un popolo passivo, quando non ostile (come i contadini, cioè la stragrande maggioranza del popolo russo), ma completamente indifeso nei confronti delle tecniche della “demagogia” democratica. L’opportuna spietatezza. Il dispotismo “asiatico” dello Zar, che pur tanti passi in avanti aveva fatto in un secolo, sostituito da quello implacabile del Partito. E la Russia cadde come un gigante senza anticorpi.
Nel periodo successivo, pur nella sua efferatezza e brutalità, il nazifascismo fu fondamentalmente un riflesso difensivo interno all’Europa, impaurita dal mostro che fuori dai propri confini essa stessa aveva contribuito a creare, (il Comunismo europeo sarebbe stato un fenomeno interno, marginale, metabolizzato, se il continente non avesse subito il peso della sua esplosione extraeuropea), frutto dell’istinto di autoconservazione che, abbandonando il terreno democratico e cedendo molto al socialismo nel campo dell’organizzazione della società, ne rifiutava per contro il nichilismo assoluto rafforzando patologicamente il sentimento nazionale fino alla criminale paranoia razzista. (Penso che Schmitt – vado ancora ad intuito – all’epoca vedesse favorevolmente questo rafforzamento nazionalistico come una misura di difesa, senza coglierne la natura patologica).
Con la fine del primo e secondo conflitto mondiale, che in fondo fu un unico grande fenomeno inframmezzato da una fragile tregua ventennale, (ed è sintomatico che proprio con la fine della seconda guerra mondiale cominciasse a concretizzarsi l’idea di una Unione Europea, cioè la rimodellazione di un Diritto Pubblico su scala europea) e via via accelerando dopo la caduta del muro di Berlino, l’ondata democratica e cosmopolita della Zivilisation si è riversata inarrestabile nelle mille e mille differenti kultur del mondo intero. Il problema che ci si pone ora è questo: sapremo evitare nel XXI secolo, su scala mondiale questa volta, i rivolgimenti che sconvolsero l’Europa dal 1789 fino al 1945?
Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica, è fatalmente tentato da una politica di potenza quando non è squassato da rivolgimenti interni. Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Senza contare il pericolo di una riedizione della lotta di classe, cioè della formazione di un proletariato non di masse operaie, ma di nazioni manifatturiere a basso costo e di qualche demagogo che se ne faccia leader. E tutto questo intrecciato con la questione islamica sulla quale conviene fare alcune osservazioni a parte.
L’Islam, fin dalla sua nascita, è una società che vive solo se cresce e conquista. Quando si ferma rinsecchisce. Avendo Maometto non solo creato una religione, ma anche disegnato un modello di società terrena immodificabile, egli con questo ha paralizzato in tutti i campi le capacità creative dell’individuo (come nelle società totalitarie), per cui tutte queste energie individuali sopite vengono buone per la loro unica possibilità di espressione: l’aggressività verso gli infedeli e la conquista. Nell’arte, nella scienza, nella letteratura l’Islam è stata essenzialmente una società assimilatrice, non creatrice. Creare vuol dire speculare e quindi necessità di spazi di libertà. Grandi creatori furono i Greci, nelle loro microscopiche realtà democratiche ante litteram.
Ma ecco che quando la conquista viene meno e rifluisce come la marea, ecco che l’Islam si trova piegato su se stesso e niente ha da offrire alla creatività e all’attività individuale. Così è successo per l’ondata araba prima e poi per quella turca. Mentre l’Occidente cristiano progrediva, nel mondo islamico era come se il tempo si fosse fermato.
E allora quali sono le cause di questa apparente vitalità islamica? Due, una strutturale: l’espandersi irresistibile delle libertà individuali, fenomeno che si può, anzi si deve, cercare di governare, ma che combattere significa semplicemente andare contro natura; tale fenomeno, al contrario di quanto accade col cristianesimo, è incompatibile, checché se ne dica, con l’Islam, che è perciò impegnato in una lotta per la vita contro questa formidabile pressione. La seconda causa, accidentale, è l’aiuto che gli è venuto i questa lotta illusoria proprio dal nemico che vuole combattere: la tecnologia occidentale.
Questa malintesa vitalità islamica è frutto di un senso di disperazione, se non di un presentimento di morte (non diceva l’Ayatollah Khomeini, “rincuorando” i suoi fedeli, che “o saremo felici conquistando il mondo oppure guadagnandoci il paradiso morendo tutti come martiri?”), e delle possibilità di offesa fornite dalla tecnologia occidentale. L’Islam sta morendo, in una grande esplosione ingannatrice come la luce di quelle stelle morenti che gli astronomi chiamano Supernove. Nel medio-lungo termine perciò non vi è un pericolo di colonizzazione islamica dell’occidente, ma piuttosto quello di restare sotto il cumulo di macerie provocato da questa esplosione.
Da questo scenario l’Europa ha molto di più da temere che gli Stati Uniti. Solo in Europa e negli USA ci saranno condizioni riunite di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio. Un blocco occidentale che sappia resistere all’onda di ritorno che esso stesso ha messo in moto. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà la prima vittima dell’instabilità mondiale. E quando le acque si saranno chetate, si comincerà a parlare di un Diritto Pubblico Mondiale.

pseudosauro ha detto...

Zamax: l'ho visto solo ora, quindi te lo chioso in stile scholastico a cominciare dal disclaimer.

Accetto in toto la definizione di "sadico", cosi' come mi pare possa essere condivisibile quella di "masochista" attribuita al lettore, ma sulla sensibilita' del medesimo nutrirei qualche riserva. :-)

pseudosauro ha detto...

Capitalismo et cetera
pur essendo d'accordo sulla questione degli "ismi", e non essendo mai stato marxista, nondimeno sono portato a pensare che la migliore ed organica analisi del sistema economico sia comunque quella di K. Marx, quindi mi riconosco abbastanza nella critica di P. Swift. Il riconoscere la validita' dell'analisi del matematico Marx, non significa automaticamente dare legittimita' alla sua filosofia o alla lettura forzosamente economica che egli ne da della Storia. Purtroppo sia la visione liberista che quella marxista soffrono del medesimo problema, ovvero, una concezione economicistica dell'Uomo. Anche J. Locke - sul quale comincio a dubitare solo ora in favore di Hobbes - mette a presupposto una condizione "naturale" dell'uomo che nella natura vera non esiste, ovvero la sua innocuita' e pacificita'; cose che da per scontate. Ebbene, nella realta' non c'e' animale piu' aggressivo dell'uomo, il che e' provato prima che scientificamente, dalla sua stessa proliferazione e da ogni sua cultura. L'obbiettivo di Locke e' quello di ottenere una societa' "libera", o meglio: "liberata"; cio' che per lui e' una condizione naturale, come poi enuncera Rousseau, ma il presupposto e' profondamente sbagliato, dunque irrealizzabile. Credo sia facile farsene un'opinione leggendo gli avvenimenti quotidiani. L'obbiettivo di Hobbes e' invece l'ottenere una societa' "pacifica" nella quale viga la massima liberta' possibile, ma un vincolo rigoroso con lo Stato che ne garantisce l'attuazione. Sul fatto che il potere sia assoluto o meno, se ne puo' discutere, ma il dato di fatto e' che, anche esistesse, il buon selvaggio interpreterebbe la liberta' come licenza, generando conflitti a non finire all'interno delle societa' stesse. Mi pare piuttosto semplice da verificare: piu' una societa' e' multicultirale e frammentata e piu' e' alto il livello del conflitto sociale interno, e piu' questo e' elevato, e meno e' il tempo per il progresso, che deve invece essere dedicato alla soluzione dei costanti conflitti interni, fino al momento che diventeranno del tutto ingestibili.

(segue)

pseudosauro ha detto...

Etnie & culture
il fatto stesso che il DNA umano sia pressoche' identico in ogni gruppo etnico non e' sufficiente per dire che ogni uomo nasce "biologicamente" uguale all'altro, il che e' uno degli obbiettivi del marxismo, ma e' anche contenuto nel Bill of Rights. I parametri che l'uomo usa per rapportarsi con l'altro uomo non sono di tipo genetico, ma relazionale. L'uomo percepisce il diverso cosi' come l'affine e il modificare tale meccanismo ne compromette la sua stessa sopravvivenza fisica. In ogni caso, non si tratta di un meteria che puo' essere plasmata per via culturale, solo tenuta sotto controllo, in quanto fa parte dell'istinto di sopravvivenza insito in ogni essere vivente; per l'evoluzionista si tratta addirittura del meccanismo che sta alla base della Vita tout-court. Se il marxismo considera ogni cultura una "sovrastruttura", il liberismo se ne interessa semplicemente, il che con l'antropologia citata sopra fa assai a cazzotti. Che ogni uomo debba essere considerato "uguale" dal punto di vista giurisdizionale, mi pare non ci siano dubbi, ma cio' presupporrebbe una sola legge per tutti la cui instaurazione in tempi non biologici sarebbe una violenza tale e quale a quella socialista.

(segue)

pseudosauro ha detto...

Errata Corrige: "interessa" = "disinteressa".

Nessie ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
pseudosauro ha detto...

Antropologia
non esiste un "processo di emancipazione dell'individuo". Mi pare piuttosto un adattamento alle teorie successive. L'uomo e' essenzialmente un animale sociale, e nella societa' crea strutture gerarchiche per la sua stessa difesa. Lo scambio e' solo una delle relazioni che l'individuo intrattiene con l'altro. Temo che se il marxismo fa di tutt'erbe un fasci, il liberismo non sia da meno. Pur preferendo sicuramente il secondo, l'evidenza dei fatti non conferma affatto che in natura esista l'uguaglianza illuminista, anzi, lo smentisce. Senza scomodare platone e la sua teoria classista, ci sono esempi a non finire nella storia umana.

pseudosauro ha detto...

Cristianesimo
la societa' occidentale e' cio' che e' grazie al cristianesimo e al suo sincretismo.Gli stessi studiosi cinesi sono giunti a queste conclusioni e cercano di modificare la loro societa' in tal senso per renderla piu' efficiente, anche se tendono a creare una chiesa statale che sia piu' facilmente controllabile. Pertanto non e' l'individualismo che puo' salvare dalle culture piu' aggressive, in quanto questo non compatta, ma disgrega se non prolifera in una cultura in grado di sviluppare l'autocoscienza. Infatti la societa' di Locke e' essenzialmente una societa' in cui la morale cristiana ha fabbricato l'autocoscienza. E' facile osservare che il processo di disgregazione e' in atto da tempo negli stessi paesi di matrice anglosassone.

(segue)

Lo PseudoSauro ha detto...

Fanatismo & Concluisioni
l'unico modo per combatterlo e' opporgliene uno di senso opposto. Questo e' cio' che fanno i militari, non riuscendovi, in quanto nelle democrazie vigono regole che non lo consentono. Per tornare a Schmitt, la sua citazione da Napoleone "Se la guerra e' partigiana si combatte alla partigiana" e' una sintesi che dovrebbe essere sufficiente. La qualita' dello scontro la fa sempre la parte piu' feroce. In questo sta la sua forza; se si combatte secondo le regole una guerra anomala, la si perde. Non basta avere armi efficienti, ci vuole la reciprocita'. Se all'interno di uno Stato c'e' chi pensa di combattere una guerra giusta (ideologica) la societa' e' gia distrutta e la guerra partigiana e' l'unica possibile. Allora dovrebbe sorgere la domanda? E' meglio il nemico pubblico o quello privato? Quello che sta al di fuori di confini delimitati, o quello che si nasconde nelle stesse citta'? Credo che la risposta sia obbligata, dunque che lo Stato sia un "male" necessario, cosi' come che ogni gruppo etnico, popolo o cultura sia legittimato ad esercitare il suo proprio Jus sul suo territorio di pertinenza. E questo sarebbe una garanzia di equilibrio la cui validita' e' storicamente provata. L'espandersi delle guerre rovinose e' avvenuto solo dopo il crollo dell'ancien regime. Non che la cosa mi entusiasmi, ma e' un dato di fatto: 300 anni di pace quasi filati sono stati possibili solo prima, poi sono iniziate le grandi carneficine e oramai siamo alle lotte intestine che fanno pochi morti, ma in ogni angolo del pianeta.

Allora: dove vige il Diritto Pubblico vige il Nemico Pubblico, o Justus Hostis; dove vige il Diritto Privato esiste il Nemico Privato, a meno che non si voglia considerare realistica una societa' priva di ogni tipo di aggressivita'.

Questa e' fondamentalmente la critica di Schmitt alla "modernita'", insieme a quella sulla democrazia basata sul principio dell'eccezionalita' e di chi sia legittimato a governarla.
Non so se mi e' sfuggito qualcosa. Se ne hai il tempo, sappimelo dire.

zamax ha detto...

Per stasera ti ringrazio di aver eroicamente letto tutto e di avermi servito a spron battuto una bella sequela di risposte. La mia natura contemplativa, cioè quella di uno che se lo vedi per strada ha l'aria di avere sempre la testa fra le nuvole (tranne quando nel campo visivo non entri all'improvviso un'attraente figura femminile, perché allora - addio massimi sistemi! - l'occhio si ravviva fulmineamente e la pupilla si dilata come quella di un gatto), la mia natura contemplativa, dicevo, resta sempre sconcertata dal dinamismo scrittorio di voi bloggers. In voi evidentemente ormai dita e pensieri marciano di pari passo: che sia un caso acclamato di darwinismo? Insomma, divago e mi sto rilassando col cervello in posizione di stand-by...
Vedo già che dovrei chiarire alcune espressioni ... e poi non è che abbia una grandissima opinione di Locke, tanto per dirne una ...
Ovviamente sono questioni che potrebbero andare avanti all'infinito. Appena ... in forze mi rifaccio vivo.
Davvero! Non come quando ci si saluta cordialmente con un "Ci vediamo!" con la tacita intesa di perdersi di vista ...

 
SauroModified on byLo PseudoSauro
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